Una vita non basta

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La bibliografia di Carmen Artocchini, composta da 2176, articoli, non avrebbe visto la luce nei tempi previsti se non avessero collaborato con i curatori ufficiali della pubblicazione anche tante altre persone che qui si vogliono ricordare:

Vittorio Anelli, Maria Luisa Cavalli, Chiara Chttofrati, Nadia Cocco, Mario Di Stefano, Emanuele Galba, Ernesto Leone, Ippolito Negri, Bruno Scotti.

Un ringraziamento particolare anche ad Editoriale Libertà e a Banca di Piacenza e a tutto il personale dell'Archivio di Stato di Piacenza e della Biblioteca comunale Passerini-Landi.

Poichè già in altre occasioni ho parlato della vita di Carmen Artocchini oggi intendo far parlare la protagonista della giornata attraverso due suoi scritti. Per ragioni di tempo ho cercato due articoli, in realtà si tratta di una novella e un racconto breve, ma confesso che fino all'ultimo sono stata indecisa perchè la scelta era veramente difficile. Erano tanti i contributi meritevoli di esseri conosciuti o eventualmente riscoperti.

La scelta è caduta su: 

Scarponcini, "Voce nuova", periodico dell'Unione Donne Italiane,  a. 1., n. 4, aprile 1946

e

La mia Piacenza, "Libertà", 9 ottobre 1964

Si tratta di due articoli scritti a circa vent'anni di differenza: il primo di una Artocchini giovanissima uscita dall'esperienza della guerra e in particolare dalla Resistenza, firmato con lo pseudonimo Katia, il suo nome di battaglia durante la sua esperienza partigiana, e l'altro quello di una giovane donna che guarda la sua città e con nostalgia ne testimonia il cambiamento.

Patrizia Anselmi

Trascrizione dell'audio

Scarponcini, "Voce nuova", periodico dell'Unione Donne Italiane,  a. 1., n. 4, aprile 1946

La mia Piacenza, "Libertà", 9 ottobre 1964

I due articoli si possono anche ascoltare scaricando il file audio in formato MP3 di 30 Mb.


Scorponcini (Novella)

La ragazza sollevò da terra un piede e lo posò con la massima scorrettezza sopra la seggiola, indi, afferrata una spazzola, la passò e ripassò sul cuoio impolverato, sino a ridargli la lucentezza primitiva.

Un pensiero rapido balenò alla sua mente, un pensiero che la fece sorridere con una vena di commozione. I suoi scarponcini! Quanti passi avevano fatto! Quante cose avevano visto!

Glieli aveva portati dalla città suo padre, ai primi di gennaio, morbidi e lucenti, graziosi come giocattoli. La lucida patina rossastra era rimasta ben poco tempo; la neve l'aveva resa opaca, e le sue belle stringhe bianche s'erano tinte del colore del cuoio.

Neve, e sempre neve c'era lassù.

Erano andati in chiesa gli scarponcini nuovi, poi al paese, saltellando sul ritmo del passo della loro portatrice; all'improvviso s'erano fermati e avevano ripercorsa la strada di volata: le loro orecchie aderenti al suolo avevano sentito avvicinarsi il rombo di un autocarro.

Via via; gli scarponcini sfioravano appena il terreno, salivano inciampando un'erta faticosa, poi scendevano a sbalzi in un bosco e s'arrestavano trafelati e impazienti, davanti ad una abitazione. Ad un picchio affrettato la porta s'era aperta, e una voce concitata e affannosa per la lunga corsa, aveva detto queste parole: "Stelio. i repubblicani! avvisa gli altri. Salvatevi".

La ragazza aveva ripreso la corsa: "Dove vai Nila?" aveva gridato l'uomo "vieni con noi ..." -- "No ritorno, per sapere qualcosa".

La mano si era alzata in segno di saluto e il suo pellicciotto di lana si era di già confuso con le foglie giallicce del bosco.

Ora gli scarponi andavano lenti; fiutavano un vento infido, e non s'ingannavano, che, alla svolta, era apparsa una fila d'uomini coperti di bianchi mantelli.

"Da dove vieni tu ragazza?" Lei aveva mostrato la chiesetta che si stagliava nitida nel cielo azzurro, sopra il poggio vicino.

"Dalla chiesa ..."

Uno degli ammantellati si era avvicinato: "Sei bella. Non sei di questi posti tu".

La sua mano forte teneva saldamente il braccio della ragazza, e gli occhi cattivi la fissavano audacemente.

Nila aveva ricacciato dalla fronte una ciocca di capelli ribelli e aveva risposto: "Sono sfollata".

"Cosa fai?"

"Studio"

" ... E non fai all'amore? gli uomini attorno ridacchiavano " ... con qualche partigiano, sai ..."

"Non ci sono partigiani qui"

"Ah, Ah!" Aveva riso l'uomo"Questa non la bevo. Non ci sono eh'" L'aveva guardata con sospetto.

"Non sarai anche tu dei loro?" "Dimmi un po' per chi tieni? Sei per noi o per loro?"

"Sono una donna io e non mi impiccio di politica".

"Non eludere la mia domanda. Per chi tieni?"

"Ma per voi certo ..."

L'uomo s'era messo le mani sui fianchi e aveva ammiccato con ironia.

"Ma guarda ... dici anche le bugie. Brava! Quasi ti crederei, se non mi avessero detto che da queste parti c'è una partigiana, e guarda guarda i connotati corrispondono. Alta, bruna, snella, occhi castani. Scommetto che ti chiami Nila".

Poi aveva teso una mano e le aveva strappato dai capelli il nastro rosso che li tratteneva.

"Cos'è questo? E' un simbolo questo colore?"

"Anche un colore ora vi dà noia. Posso cambiarlo se volete" aveva irriso la fanciulla "Ai funerali della repubblica lo metterò nero".

"Piccola vipera" aveva detto l'uomo "ci sei cascata... Sei andata ad avvisare i tuoi compagni perché fuggissero ... Ma perché non sei andata con loro? Volevi spiarci eh? Non mi dici nulla? Sai che fine ti aspetta? ..."

La fanciulla taceva, ritta dinnanzi a lui, guardandolo con ironico disprezzo.

"O non hai paura? già dopo tutto è una bella fine, cadere d'innanzi al plotone d'esecuzione. I tuoi compagni giureranno di vendicarti, daranno il tuo nome ad un distaccamento, forse ti ricorderanno in una loro canzone e ci farai una bella figura, la figura di un'eroina, se non vuoi chiamarla di una traditrice, ... Ma, e se non fosse il plotone d'esecuzione? Posso lasciarti andare io ...Dietro sta venendo un manipolo di mongoli ... sai vero cosa fanno i mongoli ?"

Nila taceva e guardava laggiù all'altra svolta il gruppo che avanzava.

L'uomo che la teneva ancora per un braccio aveva seguito la direzione del suo sguardo e le aveva sorriso trionfante.

"Vengono vai pure".

I suoi uomini avevano aperto un varco nel loro gruppo, e la ragazza era passata muta in mezzo a loro. Poi s'era voltata di colpo "Ammazzatemi pure, non ho paura" aveva detto.

"No, cara nemmeno se mi preghi in ginocchio" aveva ribattuto cinicamente l'uomo. "Ciao bella, divertiti se puoi".

Nila aveva fatto solo qualche passo; già gli uomini laggiù l'avevano scorta e correvano verso di lei gridando.

La ragazza s'era avvicinata al margine del viottolo dove la montagna scendeva a strapiombo:

"Non devi morire così" aveva detto qualcuno alle sue spalle "fermati".

L'implacabile nemico era ancora vicino a lei e la teneva stretta malgrado la sua disperata difesa.

Gli uomini dagli occhi obliqui le erano ormai attorno: uno le si era fatto vicino e le aveva passato una mano sul volto.

"Bella" aveva detto.

Sul volto della ragazza era passato uno strazio e una disperazione. Ma il gruppo degli uomini gialli all'improvviso era ondeggiato e s'era ritratto lasciando il passo ad un ufficiale tedesco.

"Tu lasciare donna" aveva ingiunto all'italiano "perché tenere così?"

"Essere traditore, essere partigiana"

Gli occhi dell'ufficiale s'erano addolciti per rabbuiarsi di nuovo:

"Via, tu lasciare donna".

"Allora io fucilare"

"Niente fucilare. Comandare io!".

"Io essere comandate ... Tu niente ... Tu essere solo capo dei mongoli".

L'ufficiale a quelle parole sarcastiche aveva strappato dalle mani dell'altro Nila e l'aveva spinta dietro di sè. Poi aveva tolto la pistola dalla fondina e fulmineamente aveva sparato.

La ragazza aveva chiuso gli occhi, ma gli scarponcini esultanti avevano visto un corpo afflosciarsi e una macchia rossastra allargarsi sulla neve.

Nila aveva udito parole concitate in una lingua ignota, aveva sentito ordini, si era sentita condurre lontano.

Quando aveva riaperto gli occhi si era trovata dinnanzi l'ufficiale che l'aveva salvata.

"Tu partisana? Tu grande patriota ..."

Nila tremava; la tensione nervosa che l'aveva sorretta sino ad allora stava per cedere.

"Niente paura bambina" fece l'uomo carezzandole i capelli. "Andare a casa tu".

La ragazza riconoscente gli aveva teso le mani.

"Ti ringrazio ... Ma perché non venire anche tu con partisani?"

L'uomo aveva scosso il capo con indulgenza.

"Noi dobbiamo combattere con nemici della crante Germania, ma non facciamo guerra alle donne. Ciao Signorina".

Da allora gli scarponi sono stati celati lassù sui monti, poi sono tornati in collina. Poi sono stati tra le mitraglie, tra armi e munizioni, nella stanzetta dell'infermeria; hanno trovato dei compagni slabbrati, rozzi, più robusti. Si sono arrampicati per sentieri e strade, per ascoltare ancora, per tornare ad avvertire e a salvare.

Hanno visto l'eroismo e la viltà. Hanno visto il pericolo, la vita, la morte ...

Poi sono saliti su di un camion, hanno calpestato pesantemente, non adusi, il selciato liscio della città, hanno visto stupiti, gli scarponi amici della montagna marciare compatti tra fiori e foglie verdi, al ritmo di una canzone.

Poi hanno visto due visi vicini e felici e hanno sentito delle parole belle che hanno fatto fremere e commuovere anche loro, vecchi e veterani scarponcini, adusi al linguaggio rude e severo della montagna:

Hanno visto anche l'amore ...


Katia


La mia Piacenza

La mia Piacenza

La mia Piacenza non è tanto vecchia che si debba con foto ormai ingiallite ricordare o con scritti freddini da terza pagina, lontani dalla realtà di oggi; non è quella ufficiale delle guide e degli appunti di un cronista di altri tempi. É una città dimessa e raccolta, viva per noi che vi trascorremmo l'infanzia e con gli occhi pieni di un meraviglioso stupore vedemmo cose ora scomparse, ma che balzano vive alla memoria al minimo accenno o si sovrappongono alla realtà odierna. E sono fiori, edifici, alberi e anche solo piccole cose, figure e fantasmi.

Qual è il ricordo più vivo? É strano, ma se penso ad allora per prima cosa vedo i convolvoli sulla rete metallica che limitava il canale di rifiuto lungo via Sant'Ambrogio allora senza platani, né case, né distributori di benzina. Erano grandi convolvoli, ipomee forse, di una bianchezza lattiginosa, più belli per noi della più preziosa orchidea; li desideravamo da morire e spingevamo le nostre piccole dita fra le maglie di ferro nel vano tentativo di raggiungerli.

In fondo al viale, verso i Pontieri, d'estate Padella piantava il suo circo, i bimbi e gli adulti vociavano e applaudivano ai salti mortali del loro beniamino e le ragazze guardavano con segreta invidia i costumi di raso delle acrobate che volteggiavano sul modesto trapezio. Non c'erano Coca Cola allora o succhi di frutta che aiutassero ad ingannare l'attesa e dissetassero durante gli intervalli; ma per venti centesimi i gelatai con una scatoletta romboidale grattavano il ghiaccio che poi vi mettevano in mano colorato di menta o di granatina.

Chi non è stato nelle prime giornate di primavera nei prati della Finarda non conosce la gioia delle corse pazze per gli argini, i rotoloni, le felici scoperte delle violette, delle pratoline, delle sprelle e dei funghetti, che erano anche commestibili.

A volte si deviava verso il Cimitero; l'insegna della trattoria del Polo Nord con l'orso bianco sul ghiaccio e i due altissimi pioppi del Camposanto erano pietre miliari di un lunghissimo cammino; certo quella sera ci saremmo addormentati di schianto.

Il Facsal da Porta Roma all'Ospedale Militare era tutto "nostro", dei bambini; ci importava assai della storia. Potevano averlo costruito i Farnese come i feudatari o i romani; a noi interessavano le stradette che si inerpicavano sui bastioni, l'affossamento dove poi sorse la scuola guida Arrigoni. Potevamo giocare a scondilepre a tutti i giochi in cui si potesse correre e saltare; poi scalmanati, sudati come bestie, scalciavamo per i prati, facevamo la mulassa tra il disappunto delle madri sempre pronte a tirarci qualche schiaffo, andavamo per quadrifogli, per fiori, per sassi, per qualcosa insomma che costituisse il gioco nuovo che la nostra fantasia quel giorno ci suggeriva.

Il Facsal era per noi il più bel viale del mondo; una galleria di rami, palline, foglie, limitata ai lati, oltre che dai tronchi, di basse siepi, di olmi e di robinie. Se ci andavamo in ore diverse, il viale ci sembrava un altro, aveva un fascino nuovo. E quando fummo tutti fascisti lo percorremmo in sottana nera e calze bianche a passo di marcia fino alla nausea; com'erano rosse e allegre le amarene che occhieggiavano al di sopra del muro del convento dei frati; sembrava ci invitassero a rompere le righe.

Forse perché gli anni della fanciullezza sono generalmente anni favolosi nella vita di ognuno che tutto ora ci pare grande, splendido, unico. Il giardino (per antonomasia quello della stazione) era circondato da una cancellata di ferro, che scomparve ai tempi della guerra d'Africa. Verso il Viale dei Mille un olmo gigantesco, di primavera, si ricopriva di orribili bruchi pelosi. Davanti alla pista di pattinaggio sorgeva uno chalet di ethernit. Certe sere ballavano e i tavolini straripavano sui "nostri viali". C'erano dei paralumi arancioni con lunghe frange dorate che ci piacevano da matti. Speravamo di crescere presto per andare anche noi a sedere ai tavolini e tuffare le mani in quell'ammasso setoso.

Era un Eden per noi il giardino; facevamo incetta di castagne amare, di ghiande; mangiavamo le bacche mollicce dei tassi, i muclon; erano velenose, ma chi se ne è mai accorto?

La mia Piacenza era quella; non erano monumenti, palazzi, statue, erano case, stradette, orti, cortili; erano i miei compagni di giochi, era via Pozzo con la casa dei Ceresa e la cinta sopra la quale spuntavano gli ippocastani. Sui muri, al tempo del Giro d'Italia , comparivano le scritte "Guerra, w Binda"; noi eravamo troppo piccoli e ignari per sapere che Guerra era un ciclista e avevamo una stretta al cuore perché associavamo quel nome alla sfilata dello Statuto con i cannoni, i soldati in assetto di guerra e le maschere antigas.

Era, la nostra Piacenza, la fontanella verso via Alberoni e le casette basse a un piano con orti e scale e androni profumati di bucato, con la bottega dell'Albina, il cortile dello straccivendolo.

Era via Sansone con il portone di Tripoli, con le donne che alla sera venivano a sedersi con le sedie di paglia basse sui marciapiedi; i bambini sciamavano da tutte le parti facendo correre i cerchioni di ferro delle biciclette sui marciapiedi e in certe sere, così limpide che sembravano di cristallo, si libravano nell'azzurro gli aquiloni.

La mia Piacenza erano anche persone, figure.

-- Era Zuanon, il gelataio che alla fine di febbraio veniva giù dal bellunese. Per San Giuseppe i suoi carrettini dipinti di nuovo, bianchi e rossi erano in giro; erano carretti e gondole con le felze in alto. Allora il gelato costava un prezzo inimmaginabile, due soldi. (Erano due ostie con in mezzo la crema di panna o di limone).

-- Era la Scuola Alberoni, la maestra Rossi, (che ad ogni lodevole ci regalava una caramella Elah, metà bianca e metà nera), il direttore Rossini, il maestro Contini che arrivava con l'ombrello attaccato alla spalla. Era il direttore Dogliani, la sanitaria Porta, la Elvira, la nostra bidella con i capelli bianchi, era la Decca, la Biella, la Bressi, la Cesarina Corcagnani che destava la nostra ammirazione prendendo a cartellate i maschi che le facevano i dispetti.

-- Erano le gite scolastiche a piedi verso luoghi lontanissimi; San Lazzaro; la Baia del Re, o con il pullman, a Bettola e a Pigazzano.

-- Era il cinema dei Ferrovieri al chiuso e all'aperto fra le viti, le nostre gambe magre e nude sempre in movimento, i calci che ci tiravamo e le castagne o i mentini, a seconda della stagione, che ci passavamo di soppiatto nell'oscurità.

E anche profumi mi giungono dal ricordo (delle rose e dei gigli che a maggio si sfacevano sugli altari e si mescolavano a quello dell'incenso), richiami e gridi dei fruttivendoli, dei pesciaioli, dei venditori ambulanti e sapori; delle carrube , che Liliana aveva sempre nel cassetto del banco, della liquirizia a stecche , a strisce, delle briciole dolci che acquistavamo per trenta centesimi nella pasticceria vicino alla scalinata di San Savino; del limone che ci accompagnava, nascosto nelle maniche rimboccate della camicetta bianca durante le interminabili soste per i saggi ginnici nei prati attorno al campo sportivo, delle veneziane che vendevano in un certo botteghino accucciato di fianco alla chiesa di San Francesco.

É questa una realtà trascorsa o qualcosa che immaginiamo sia avvenuto? Qualcosa che per una lenta accumulazione di cose sentite si è involontariamente creata in noi? Ma è vero ci confermano foto e scritti e ricordi di altri.

Ora la mia Piacenza scompare definitivamente sotto i morsi delle ruspe e le colate di cemento armato; gli orti della nostra infanzia non esistono più se non per il nostro ricordo. Il viale dei nostri giochi e dei nostri sogni è un anonimo viale rovinato irrimediabilmente nel corso della guerra; intristito per la presenza di palazzi nuovi, che spuntano ai suoi margini.

Solo in autunno ritrova la sua gloria, il suo momento migliore; quando i suoi alberi diventano luminosi, quasi irreali.


C.A.