Il colossale patrimonio di un Archivio di Stato

Archivio di Stato un patrimonio da oltre 1 miliardo di euroIl giorno 9 dicembre 2014 su un quotidiano locale è comparso un articolo dal titolo roboante («Archivio di Stato, un patrimonio da oltre un miliardo di euro») che pensiamo abbia suscitato nei lettori curiosità e un po’ di sconcerto. Il giornalista riportava correttamente i dati contenuti nella pubblicazione «Il patrimonio dello Stato. Informazioni e statistiche. Anno 2013» del Ministero dell’Economia e Finanze – Ragioneria Generale dello Stato (http://www.rgs.mef.gov.it/VERSIONE-I/Attivit--i/Rendiconto/Conto_del_bilancio_e_Conto_del_patrimonio/Il-Patrimo/). Però per non suscitare euforie ingiustificate è bene approfondire, anche se appare complicato, l’argomento.

Tutto nasce dall'obbligo e dalla necessità che lo Stato ha di tenere i conti in ordine mediante strumenti finanziari – previsionali e consuntivi - simili a quelli di qualsiasi azienda. Il documento riepilogativo più importante della gestione finanziaria dello Stato è il Rendiconto generale dello Stato che il Parlamento esamina e approva secondo l'art. 81 della Costituzione. Esso comprende il Conto del Bilancio, strumento prettamente finanziario determinato dalle entrate fiscali e dalle spese, e il Conto del Patrimonio che descrive le variazioni intervenute e la situazione patrimoniale finale raccordate alla gestione del bilancio. Dal 2002 anche la seconda parte del Rendiconto, quella relativa al patrimonio appunto, è improntata ad una maggiore attenzione all’economicità e i movimenti patrimoniali in entrata ed uscita sono finalizzati al miglioramento complessivo della gestione contabile. Per migliorare i conti si cercò di mettere in risalto anche il patrimonio culturale posseduto dallo Stato nel tentativo, in verità neutralizzato, di farlo pesare nella diminuzione del debito generale. Ebbene, la stima dell'ingentissimo patrimonio archivistico – patrimonio pubblico demaniale - posseduto dagli Archivi di Stato rientrò in questa manovra contabile concepita con il ministero Tremonti.

I beni pubblici sono in genere forniti collettivamente dallo Stato e pagati dagli individui attraverso le tasse. I beni culturali dello Stato e degli enti locali sono per antonomasia pubblici ed è difficile assegnare loro un valore venale, un prezzo di mercato. Gli economisti si son posti il problema: è possibile stimare il “valore culturale”, quantificare quindi il valore di un bene culturale? La risposta è controversa ma negli ultimi anni le analisi e i provvedimenti di legge, quelli italiani almeno, sembrano propendere per una parziale accettazione del concetto. Il demanio culturale fu istituito, con caratteri di assoluta inalienabilità, con l’art. 822 del Codice Civile del 1942 poiché nel demanio pubblico furono compresi «gli immobili riconosciuti d'interesse storico, archeologico e artistico a norma delle leggi in materia, le raccolte dei musei, delle pinacoteche, degli archivi, delle biblioteche». Insomma, i beni culturali di particolare interesse storico, artistico ed architettonico fan parte del demanio dello Stato o degli enti pubblici territoriali. Tuttavia, grazie ad altre contraddittorie disposizioni, a partire dalla stessa legge di tutela Bottai n. 1089 del 1939, furono ammesse deroghe alla totale inalienabilità fino ad arrivare alla Legge Tremonti n. 112 del 2002 attraverso la quale si istituirono la Patrimonio SpA e la Infrastrutture SpA con il compito di produrre ricavi dalla valorizzazione del patrimonio pubblico, anche di quello demaniale che ai fini della sua liquidazione poteva essere eventualmente sdemanializzato. Dopo una partenza in sordina tutto si è meglio concretizzato grazie al cd. federalismo demaniale, disciplinato nel D.lgs. 85/2010 e conseguenza diretta del federalismo fiscale, che ad esempio ha permesso al Comune di Piacenza di acquisire il Palazzo ducale della città, il Farnese.

Col decreto interministeriale 18 aprile 2002 concepito dal Ministero delle Finanze di concerto con i dicasteri della Difesa, delle Infrastrutture e dei Beni Culturali, furono introdotte nuove classificazione e valutazione degli elementi attivi e passivi del patrimonio dello Stato. Fra le attività si riconobbero le “attività non finanziarie prodotte” ovvero attività economiche ottenute come frutto di processi di produzione, in cui rientrano capitali fissi (beni materiali e immateriali), scorte e oggetti di valore. La consistenza totale al 2013 è di 290.356 milioni di euro, una somma quasi interamente ascritta a due categorie di beni, i “beni materiali” mobili e immobili (125.221 mln) ossia fabbricati (fra cui spiccano quelli ad uso istituzionale), immobili di valore culturale, armamenti ed equipaggiamenti e, si badi, i cd. “oggetti d'arte” che sono i beni mobili di valore culturale, le biblioteche e gli archivi e che assommano addirittura a 164.197 mln! Nella prima categoria si contano beni mobili in dotazione ai vari Ministeri per 66.433 mln ( la parte del leone la fa la Difesa ovviamente) e beni immobili per 59.894 mln. Questi ultimi sono divisi in patrimoniali (non soggetti a regime speciale) per  38.737 mln e in demaniali artistici-storici, quasi tutti in capo al Ministero delle Finanze, per 21.157 mln. Nel conto generale del patrimonio statale, facente parte del Programma Statistico Nazionale, alla seconda categoria degli oggetti d’arte è dedicata un'apposita tabella che distingue ogni istituto del Ministero per i beni e le attività culturali (museo, biblioteca, archivio, ecc.) in quanto detentore di beni demaniali d'interesse storico-artistico, o meglio di beni mobili “considerati immobili agli effetti inventariali”. E qui finalmente arriviamo al famoso miliardo da cui siam partiti. Su un totale di oltre 164 miliardi di euro ben 141.753.125 mln riguardano i beni archivistici (seguono i beni librari, quelli artistici, ecc.). All'Archivio di Stato di Piacenza è attribuito nel 2013 un valore di € 1.054.023.537,58 costituito dai beni archivistici di proprietà statale (escludendo quelli degli enti pubblici e dei privati) e dai beni librari della biblioteca d'istituto. Pur riferita al 65% degli archivi posseduti (7.500 ml di carteggio statale su un totale di 11.500 ml), alle scaffalature e a 14.700 unità bibliografiche si tratta di una somma colossale convengo, ottenuta misurando la documentazione in base ad alcuni particolari coefficienti: consistenza, datazione, conservazione, consultazione, ecc. Una somma si direbbe con qualche ragione artificiosa, una ricchezza in definitiva inutilizzabile; inoltre, osservando i risultati molto diversificati degli altri istituti non si sa quanto la rilevazione – negli archivi di Stato avviata nel 2009 - sia stata compiuta in modo equilibrato ed omogeneo. E in questi giorni, sopravvenuti al 2015, tutti gli uffici periferici del MiBACT stanno calcolando le variazioni intervenute durante l’anno passato per definire i nuovi valori dei beni posseduti al 31 dicembre 2014.

Gian Paolo Bulla