Piero Castignoli (1930-2010). Un profilo molto personale

Una lunga continuità nella direzione degli istituti non è inconsueta fra gli archivisti di Stato. Quella di Piero Castignoli (assieme a quella del fratello Paolo a Livorno) fu nondimeno strepitosa: ben 34 anni, e 35 se si aggiunge anche l’anno cremonese. Come fanno o faranno molti di noi appartenenti a questa ristretta e rispettabile cerchia passò quasi quarant’anni negli archivi: dopo la laurea in lettere classiche (in storia della filosofia) e dopo il diploma di archivistica, dal 1958 al 1960 prestò servizio all’Archivio di Stato di Milano, per quasi un anno diresse l’Archivio di Stato di Cremona e dal 16 maggio 1961 al 30 aprile 1995 resse quello di Piacenza. Contemporaneamente alla direzione dell’Archivio di Stato Castignoli fu incaricato, dal 1961 al 1993, della direzione dell’Archivio storico del Comune di Piacenza e in questa veste poté agevolmente promuoverne nel 1976 il deposito presso l’Archivio di Stato il quale, grazie a lui, aveva appena trovato una più degna sistemazione nel recuperato Palazzo Farnese. Durante la sua attività istituzionale inventariò numerosi fondi archivistici a Milano, Cremona e Piacenza; collaborò a numerose edizioni di fonti documentarie e in particolare al progetto sulle fonti medioevali del Corpus Membranarum Italicarum. Fu relatore in numerosi convegni storici; insegnò archivistica e diplomatica speciale presso l’Università Cattolica di Milano e presso la Scuola annessa all’Archivio di Stato di Parma e fu commissario d’esame delle Scuole di archivistica degli Archivi di Stato di Parma, Modena e Milano. Collaborò a numerose riviste scientifiche fra cui: «Archivio storico delle Province parmensi», «Bollettino storico piacentino», «Nuova Rivista Storica», «Piacenza economica», «Rassegna degli Archivi di Stato»». Pubblicò saggi in volumi miscellanei e in ultimo, nel 2008, il volume Eresia e Inquisizione a Piacenza nel Cinquecento. Il 16 maggio 2008 fu celebrato nella sua città con una Giornata di studi i cui contributi furono raccolti l’anno seguente nel volume di atti Medioevo piacentino e altri studi, che conteneva anche la sua bibliografia. Si può aggiungere che la basilica patronale di Piacenza per le sue benemerenze storiche e archivistiche (gli studi di medievistica e il riordinamento dell’archivio capitolare) lo insignì nel 1986 del premio «Antonino d’oro». Fece parte di numerose associazioni culturali. Fu tra i fondatori dell’ Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea, dell’Ente del restauro di Palazzo Farnese e dell’associazione Amici del Bollettino storico piacentino. Fu membro effettivo della Deputazione di storia patria delle Province parmensi, della cui Sezione piacentina fu presidente dal 1972 al 1981, e dell’Istituto della Storia del Risorgimento - Comitato di Piacenza; ricoprì cariche direttive nell’Associazione nazionale archivistica italiana. Insomma, fu a tutto tondo archivista e storico quando ancora i due ruoli potevano agevolmente coesistere, quando era ancora salvaguardato il tempo dilatato della ricerca.

Che dire di Piero Castignoli? Senza mezze parole, sono quel che sono, da quel giovanotto senza grandi aspirazioni che ero quasi trent’anni fa, anche grazie a lui che nel lontano 1984 si fidò a scatola chiusa e affermò di volermi con sé. E in effetti, buon mestierante, con lui imparai a fare di tutto: dall’economo al dattilografo, dal bibliotecario all’archivista, perché Castignoli – a parte lo scrivere a macchina o usare il personal computer – sapeva arrangiarsi pienamente in un’amministrazione ricca di possibilità ma pure di vischiosità, quelle di una incombente burocrazia che pian piano arrivò a detestare e di una spicciola ragione politica che egli, da uomo di cultura anzitutto, non poteva ammettere. Appunto come tale era conosciuto Piero Castignoli, soprattutto un uomo che esprimeva e rispecchiava la sua cultura, un uomo per certi versi, non lo si legga in senso negativo o marginale, di altri tempi. In un mondo in cui spesso e volentieri ci si fa notare facendosi largo o per meriti a dir poco dubbi, egli è stato un personaggio un po’ fuori registro, quasi appartenesse ad un’altra epoca o meglio ad un’altra dimensione. La dimensione in cui quel che conta è, da una parte, il sapere (non la saccenteria), la competenza e, dall’altra, la sobrietà, la misura. Ma Castignoli non era persona tanto mite da essere spenta, era uno spirito molto vivace, perfino esuberante. E questa sua riservata esuberanza aveva imparato a trattenerla, forse a imbrigliarla e di ciò mi pareva che addirittura fosse giunto a soffrirne.

Oltre ad aiutarmi e a condurmi nella professione mi trasmise, quasi incidentalmente, l’amore per le fonti storiche, quelle medievali soprattutto, e un’attenzione non “provinciale” alla propria città e alle proprie radici. Spirito libero e acuto sotto l’apparenza di studioso impeccabile, molto si dedicò alla storia del Comune medievale piacentino del XII-XIII secolo, alle sue lotte e alle sue contraddizioni, ai bagliori di supremazia dapprima fiaccati dal dominio milanese e poi, di tanto in tanto, riaccesi e presto spenti. Negli ultimi anni, quasi a ribadire il suo spirito anticonformista, si era occupato alacremente dei movimenti ereticali e della loro influenza locale. Al di là dell’uomo di studi posso parlare di Castignoli, per i dieci anni in cui abbiamo lavorato insieme, come direttore dell’Archivio di Stato: capace, competente, determinato e pugnace quando occorreva. Era un direttore energico e possedeva un indubbio carisma, a causa del suo bagaglio culturale anzitutto, ma anche grazie ad una personalità spiccata e volitiva, come bene sanno coloro che l’hanno conosciuto: dietro la figura dello studioso si affacciava netta la realtà di un uomo vivace e spiritoso.

Ho condiviso con Piero forse gli anni più importanti – anche per altri motivi - della mia vita, nei quali grazie anche a lui ho messo le basi di quel che sono ora, dal punto di vista professionale ma anche umano. Mi aveva dato fiducia, una prima e definitiva volta. Piero aveva fiducia negli uomini e in particolare nei più giovani, se la concedeva la concedeva completamente, non era per niente diffidente; tuttavia se riteneva che fosse stata mal riposta con profondo e sofferto rammarico arrivava a ritirarla. Aiutava senza gelosie gli studiosi e sappiamo come ciò non sia frequente. Era buono, ed era religioso. Ma la sua bontà veniva dall’animo, aveva qualcosa di innato, frutto di una religiosità originaria che era un po’ insofferente dei precetti e delle formalità. Era comunque energico ed autorevole, con l’azione, con la parola, con l’intelletto, con la condotta irreprensibile. Fin tanto che i suoi gravi e inibenti problemi di salute non lo sprofondavano nell’abisso della sofferenza spirituale. Ed era umile, di un’umiltà spontanea, curiosa e insieme naturalmente colta come quella francescana. Resta vivo in me, e penso in tutti coloro che l’hanno conosciuto, il ricordo di quella peculiare umiltà che contraddistingue il vero studioso, che è partecipe e ci fa partecipi, oltre che delle vicende storiche, anche di ogni vicenda umana.

Articolo di Gian Paolo Bulla pubblicato sulla rivista: "Rassegna degli Archivi di Stato. N.S., 3(2007), fasc. 3, pp. 587-590 (PDF 22190 KB).